Le Parole Doloranti del Servo di Lilith
Raccolta di poesie di un ignoto...

Nome: Matteo Bonino
Ho vent'anni... Sono vegetariano ed animalista, ascolto quasi unicamente Black Metal, e qualche altro genere contiguo. Scrivo, leggo, disegno, a seconda dell'umore.
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L' Inseguitore
Le macchine, si sa, sono la passione per molti uomini, ed io ero uno di questi; possedevo un auto fiammante, sudata dopo molti anni di lavoro, ed era un mio vanto personale, quasi come se fosse un prolungamento del mio corpo.
Ovviamente avevo provveduto a modificarla per renderla competitiva, e non perdevo occasione per sfruttare tutti i cavalli di quel motore rombante, che spesso era la colonna sonora delle mie notti brave; avevo imparato a guidarla come un pilota, sapevo a memoria i giri in cui cambiare le marce, la velocità che una curva poteva richiedere, insomma, ero un asso al volante.
Per merito della mia guida, mi chiamavano “Mad”, “pazzo” in inglese, perché decine di volte chi assisteva ai miei “spettacoli” avrebbe giurato che mi sarei schiantato; ma non era mai accaduto, un’ ennesima prova della mia bravura.
Forse vi chiederete perché parlo al passato, ebbene, vi dirò che questa mia bravura non è valsa nulla contro un tiro mancino del destino; si, perché ora non sono più vivo ed è merito del fato beffardo, che mi ha sbeffeggiato proprio laddove il mio talento mi rendeva sicuro e forte.
Era il 6 aprile del 2005, circa due anni fa credo, ed ero uscito da poco per una serata tra amici; avevo da poco lasciato il piccolo caseggiato per imboccare la strada provinciale, una strada lunga e perfetta per le corse, perciò iniziai a premere sull’acceleratore, fin da subito, dopo aver controllato attorno di non vedere pattuglie della polizia.
Avevo superato alcune curve, quando due fari sbucarono dal nulla: osservando lo specchietto retrovisore, dedussi che doveva trovarsi a circa
Sicuramente aveva deciso di giocare anche lui, perché nonostante all’inizio rimase leggermente indietro, accelerò anch’egli, slanciato quasi come da una molla e ritornando alla stessa distanza.
Aumentavo pian piano la velocità, per vedere fino a che limite si sarebbe spinto, portando le gomme a stridere ad ogni curva e facendo rombare il motore quasi al massimo.
Capii che era una vera e propria sfida, così cercai di capire dalle forme dei due fari gialli il modello di macchina che avevo alle mie spalle: erano tondi e gialli scuri, come le auto d’epoca, perciò rimasi molto confuso; viaggiavo a circa
Avrei giurato che fosse stata legata alla mia macchina, vista l’insistenza con cui rimaneva fissa nel mio specchietto retrovisore; all’improvviso mi venne un brivido, pensando all’idea di perdere una sfida: non era un’idea concepibile, sapevo di avere l’auto più veloce della mia città, non potevo perdere contro uno straniero, soprattutto se dotato di un auto d’epoca!
Decisi di superare ogni limite, premendo l’acceleratore fino in fondo ed inserendo la sesta marcia;
Le curve facevano vibrare tutta la mia macchina, le gomme fischiavano continuamente, il motore si stava scaldando parecchio: eppure, lui era li; fisse alle mie spalle, le due macchie gialle che vibravano e sobbalzavano.
Una curva a gomito, alla destra il fianco della montagna, a sinistra lo strapiombo chiazzato di ulivi: fu qui che vidi la mia possibilità di staccarmelo di dosso, il farabutto, e fu qui che trovai la mia fine.
L’acceleratore era premuto a fondo, il contachilometri era fisso sui
Fallii. A metà della curva, slittai con le ruote posteriori, subito dopo anche con quelle anteriori: dapprima invasi la corsia opposta, senza più capire cosa stava succedendo, poi sfondai il guard-rail. Sentii l’auto perdere il contatto con l’asfalto, ed atterrare sul terreno, estremamente in pendenza; udii le plastiche e le lamiere deformarsi, spaccarsi, mentre l’auto continuava a slittare urtando alberi e sassi.
Persi la cognizione del tutto quando i fari andarono in frantumi, schegge di vetro mi volavano addosso e l’auto si ribaltava; mi coprii il volto con gli avambracci, ciononostante urtai più volte la testa, mentre qualcosa mi si conficcava appena sotto la cassa toracica. Qualcos’altro faceva forza sulla caviglia destra, procurandomi un dolore estremo e portandomi ad urlare; l’auto si ribaltò più volte, continuai a sbattere con testa e braccia, pensai che quella tortura sarebbe stata eterna: ma finalmente, dopo alcuni secondi, l’auto rallentò e si fermò, completamente ribaltata contro qualcosa che doveva essere un tronco.
Sentivo dolore ovunque, respiravo a fatica e mi sentivo come un peso sullo stomaco, non sentivo più le gambe, ed avevo una forte emicrania; mi guardai attorno per capire la situazione e, nonostante il buio interrotto da qualche spia lampeggiante della macchina, capii di essere ancora vivo.
Ora non mi crederete, ma quella macchina che mi aveva portato alla follia era ancora lì, fissa nello specchietto retrovisore ormai scheggiato; iniziai a ridere istericamente, presumendo che la mia sorte fosse toccata allo spavaldo pilota, ma le mie risate si trasformarono in pianto quando compresi la realtà delle cose: mi voltai per accertarmi, e solo allora capii quanto si era divertito il destino con me.
I due “fari” che avevo visto, non erano affatto quelli di una macchina, anzi, non erano neanche fari; poco dietro i sedili posteriori, infatti, vi era una piccola ragnatela, impercettibile se non se ne è alla conoscenza, e su questa vi erano due insetti che si dimenavano leggermente, dando la sensazione di “vibrare e sobbalzare”. Erano due lucciole, che emanavano un bagliore del tutto identico a quello di due fari posti a molta distanza.
Ebbi solo il tempo di rimpiangere ciò che amavo della mia vita, quando l’albero che mi aveva trattenuto cedette: l’auto riprese ancora a ribaltarsi, ma durò pochi secondi, il tempo di raggiungere lo strapiombo che dava sulla spiaggia. Un tonfo sordo, poi non ricordai più nulla… Se non questa lezione del destino…
Umani, Stolti Umani
Umani, stolti umani, continuate ad affogare nella felicità?
Eppure, attorno a voi, giace eterno il promemoria della vostra fine:
Polvere sul suolo, nell’aria, ovunque, a dimostrazione che polvere diventerete.
Eppure continuate a vivere spensierati, poveri stolti!
Il dolore ottenebra le vostre vite,
Avvolgendovi e coprendovi di ferite,
Eppure continuate a voltare lo sguardo,
Ignorando il male inflittovi dal destino beffardo:
Quante lacrime dovrete ancora versare per capire?
Quanti visi dovrete ancora salutare per capire?
Io mi meraviglio della vostra tenacia,
Senza capire se sia pazzia o audacia.
Ed infine penso a voi come ad Icaro, accecati dalle emozioni come lui
Seguirete la sua fine, cadendo dai vostri piedistalli per soccombere nella disperazione.
Quella disperazione che per tanto tempo avete ignorato, ora ignorerà le vostre suppliche.
Febbraio 2007 - Aggiornamento
Vita, insulsa vita.
Esseri transitori, nulla di più;
Sono stanco di vivere, e tu?
Vivere è come fissare la fiamma di una candela:
La ammiri e la studi, ma pian piano ti disgrèga;
Gli occhi si assuefano della luce,
Tralasciando ciò che circonda tale lume.
E solo dopo capisci la trappola,
Mentre il tuo cuore rantola:
Vigliacca è la vita,
Stringe il tuo collo fra le sue dita.
Non puoi far altro che poggiare le mani sul viso,
Maledicendo il suo beffardo sorriso.
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Sotto
Sotto
Sotto
Sotto
Sotto
perché quando cala il sole ogni uomo resta solo;
Essa splende per concederci tregua,
permettendoci di studiare e conoscere noi stessi.
Perciò Lei sa e saprà sempre tutto:
I nostri dolori,
i nostri furori,
le nostre paure,
le nostre passioni.
Insuccesso e Frustrazione
Spesso, la vita è frenetica: stravolgimenti giungono ogni giorno, seguiti da eventi che catalizzano la nostra attenzione; spesso, soffochiamo la voce dentro di noi, ignorando quel bisogno comunque di “auto-riflessione”. Vi sono quindi serate come questa, dove ci si può fermare un attimo, prendere un respiro, e pensare al passato recente.
Il titolo può essere d’aiuto a chi mi legge: sono infatti questi due sentimenti, insuccesso e frustrazione, che da giorni mi attanagliano; precisamente da inizio settembre, quando mi ero ripromesso di trovare un lavoro.
Non è cosa facile, però, o meglio, non è cosa facile trovare un lavoro che piaccia e non debba pesare come una condanna per omicidio; ed è peggio se si deve fare ciò, mentre vieni a sapere che persino i più tonti della tua classe, ora, frequentano l’università. Odioso. Odiosa l’idea che, mentre la mia intelligenza si sfalda poco a poco, delle mere zucche vuote ripetono a pappagallo la lezioncina, tornano a casa felici e passano il week end pagato con il sudore e la fatica che può avete l’universitario medio.
Fancazzisti. Ecco cosa sono; mi scuso se uso un termine così grezzo e, soprattutto, inesistente, ma non posso evitarlo, tant’è la rabbia in cuor mio.
“è la vita”, mi dicono; “non è giusto” mi viene da rispondere: perché mi viene negato ciò che merito, ciò che senza dubbio merito. Etichettatemi come un superbo, vi dico, perché io lo sono, e con orgoglio! È innegabile che l’attuale status delle università non è minimamente paragonabile allo status di queste circa 20-30 anni or sono.
Non sono più scrigni di sapere, elargito col contagocce a pochi eletti; ma vere e proprie comuni, dove la maggior parte si limita a socializzare, a gozzovigliare sulle spalle dei propri genitori, mentre pochi cercano di apprendere e di questi, pochi lo fanno con passione.
Forse parlo per invidia, forse parlo per “so”, perché ho visto e frequentato questi cosiddetti “universitari”: non sono veri e propri miracoli della natura, non sono individui che si sono distinti; sono poveri mammoni, che prolungano il loro stadio fetale fino ai 30 anni, se possono. Non vedono ogni giorno l’oro che potrebbe entrare nelle loro teste, non vedono quel sottile filo dorato che è la sapienza.
Eppure, “così è la vita”.
Sparati ancora
Sparati in testa,
Sparati in gola...
Finchè sei vivo, sparati ancora!
Pioggia di sangue,
Coro di urla:
Nel cimitero ti aspetta un' urna!
E quando pensi
Di essere vivo,
Stai dondolando appeso ad un filo!
E quando tutto
Sta per finire,
Ti passa la voglia di morire...
Ispirata dalla canzone "L'alba di Piero", dei Destir
La foresta della Vita
Tra alberi nodosi e selvaggi rovi,
La tua Vita ricerchi e non trovi;
E mentre siedi triste sulle radici,
Vedi gli altri così felici.
Non uscirai mai da questa foresta,
Non si narreranno mai le tue gesta:
Solo la foresta maledetta
ti fu concessa.
Sei rimasto solo, nella selva,
Consapevole della Morte, di quella belva;
Correre o gridare è sciocco,
Nella foresta che la tua anima, ha rotto.
Il sangue di Giuda
Non so perchè lo feci, ma sputai quel sangue; quello che avevo tanto bramato, s'era rivelato orribile alla mia bocca: amaro e non commestibile. A carponi, vomitai il rosso liquido sul pavimento.
Ero nudo, o quasi, sulla fredda superficie di pietra scura: le ginocchia soffrivano la posizione, così come le mani sentivano il freddo delle grezze piastrelle; eppure non mi mossi, osservando quel delizioso fluido, mentre si rapprendeva.
"La carne degli angeli decaduti", questa frase fulminò la mia mente, e mi portò a leccare il sangue gettato da me; era saporito adesso, con il suo caratteristico sapore salato: ero paragonabile al cane che mastica gli scarti del padrone.
Eppure lo facevo, lo facevo per il desiderio di vivere, raschiando quei resti di vita umana per potermi considerare vivo, per poter far battere il cuore nel mio petto.
Tutto questo ogni notte della mia vita: perchè non è una sola, la mia notte, come per voi umani, giacchè la Morte si nutre di me in ogni istante; un' anatema scagliato dal Caos Ancestrale, ecco il perchè di questa lenta ed eterna Agonia, che mai avrà fine se non per mano mia.
Ma tale mano non segue la volontà del proprietario, bensì si rifà alla volontà delle persone care: fintanto che voi ci sarete, io ci sarò...
La fine della Strada
Lacrime di coccodrillo saranno versate
per questo funerale;
gocce d'acqua salate:nulla di più,
non redimereranno il male.
Nella morbida bara, il corpo giace;
immobile e freddo, acconsente al rito:
violata è la sua volontà ma a nessuno dispiace.
Maltrattato in vita come nella morte:
nessuno gli donò mai l' Amore,
a nessuno piacquerò mai le sue visioni distorte
e lo lasciarono morire nel suo Dolore.